
La forza del film risiede nella sua struttura non lineare. Tarantino prende tre storie diverse — due sicari filosofi, un pugile che non vuole perdere e una coppia di rapinatori dilettanti — e le mescola come un mazzo di carte. Non seguiamo il tempo cronologico, ma il ritmo delle emozioni e delle coincidenze.
Dimenticate i classici film d’azione dove si parla solo per spiegare la trama. In Pulp Fiction, i killer discutono del nome dei panini in Francia (“Le Royale with Cheese”) o dei massaggi ai piedi. È questa banalità quotidiana immersa in situazioni estreme a rendere i personaggi indimenticabili.
Il film è un omaggio ai romanzi “pulp” di bassa lega, ma girato con una maestria tecnica impressionante. La colonna sonora è parte integrante dell’anima del film: basta sentire le prime note di Misirlou per essere catapultati nel mondo di Vincent Vega e Jules Winnfield. È un’opera che non invecchia mai, perché non cerca di essere realistica, ma di essere puro cinema.
